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A Venezia la musica prova a dire la verità: Florenskij, Dante e l’Acqua Granda accendono la Biennale

Immagine del redattore: Masolino Ensemble
Masolino Ensemble
5 ott
Tempo di lettura: 5 min
Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lodi è un ente pubblico non economico che riunisce e rappresenta tutti gli ingegneri iscritti all'albo professionale operanti nel territorio lodigiano.

Parola, musica e memoria: a Venezia l’Archivio Storico della Biennale smette di essere soltanto un luogo dove conservare il passato e diventa un laboratorio. Da Dante a Florenskij, passando per la notte dell’Acqua Granda, tre progetti speciali provano a dimostrare che la memoria, quando funziona davvero, non sta mai ferma.


Venezia riaccende la memoria con musica, teatro e parola: Florenskij, Dante e l’Acqua Granda protagonisti dei nuovi progetti speciali della Biennale.

C’è un equivoco piuttosto diffuso sugli archivi: l’idea che siano luoghi magnifici ma sostanzialmente immobili, popolati da documenti, faldoni, fotografie e quella rassicurante polvere che certifica il passaggio del tempo.


A Venezia hanno deciso di complicare un po’ la faccenda.

L’Archivio Storico della Biennale e il Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee, nella nuova sede all’Arsenale, mettono infatti in programma tra ottobre e novembre tre appuntamenti nei quali la memoria non viene semplicemente conservata. Viene rimessa in circolo attraverso teatro, parola, musica e racconto.

E qui arriva la parte interessante: uno dei progetti principali guarda a Pavel A. Florenskij, figura difficilmente classificabile con una sola etichetta. Filosofo, teologo, matematico, scienziato e intellettuale russo, Florenskij diventa il centro della seconda Biennale della Parola, dopo l'edizione inaugurale del 2025 dedicata a Meister Eckhart.


Florenskij entra in scena. E la musica non fa da tappezzeria

Dal 16 al 20 novembre, per cinque serate, il progetto La colonna e il fondamento della verità porterà al centro della scena il pensiero di Florenskij.


La drammaturgia e la regia sono firmate da Antonello Pocetti, con Dario Aita e Alessio Vassallo. La componente musicale è affidata a Filippo Perocco, direttore e compositore, insieme all’Ensemble L’arsenale e al soprano Livia Rado.


Si parte il 16 novembre con una serata significativamente intitolata “La verità”.

Titolo impegnativo? Decisamente. Ma almeno non promette una cosa e poi ne offre un’altra.

L'operazione, infatti, non sembra voler trasformare Florenskij in una semplice figura da celebrazione culturale. L'ambizione è piuttosto quella di utilizzare il suo pensiero come materiale vivo per una costruzione scenica nella quale la parola non sia soltanto testo da pronunciare e la musica non sia un sottofondo elegante per riempire i silenzi.

È proprio questo il punto più interessante dell'operazione: parola, teatro e musica vengono trattati come strumenti differenti per affrontare una medesima domanda. Come può la parola produrre conoscenza? E cosa succede quando una riflessione filosofica esce dalla pagina e viene costretta a confrontarsi con un corpo, una voce, un palcoscenico e un suono?

Domande non esattamente da aperitivo.

Ed è probabilmente un bene.


Dopo Meister Eckhart, Venezia cambia filosofo ma non domanda

La seconda Biennale della Parola non nasce dal nulla.

Nel 2025 il progetto aveva messo al centro Meister Eckhart, avviando una ricerca sul rapporto tra parola, pensiero e conoscenza. Quest’anno il testimone passa a Florenskij, ma l’interrogativo di fondo resta.

La differenza è che Venezia non sembra interessata a costruire una semplice sequenza di “omaggi” a grandi pensatori.


Il vero tema è un altro: che cosa può fare oggi una parola antica quando viene rimessa in contatto con il presente?

La risposta, almeno nelle intenzioni del progetto, passa attraverso la scena e soprattutto attraverso la musica.



Ed è una scelta tutt'altro che secondaria. La musica ha infatti il pessimo vizio di non lasciarsi tradurre completamente in concetti. Può sostenere una parola, contraddirla, dilatarla, renderla ambigua oppure far emergere qualcosa che il testo, da solo, non riuscirebbe a dire.

In altre parole: quando la filosofia incontra la musica, nessuno dei due dovrebbe uscire dalla stanza completamente indenne.


Dante, Francesco e quella domanda che arriva prima di Florenskij

Prima di entrare nel territorio russo di Florenskij, la Biennale apre un'altra porta.

Il 6 ottobre, a Ca’ Giustinian, Lucilla Giagnoni sarà protagonista di In alto mar per dritto segno. Il canto di Dante per Francesco, dedicato a san Francesco d’Assisi nell'ambito delle celebrazioni per gli 800 anni dalla sua morte.

Il programma prevede la lettura del Canto XI e dei versi conclusivi del Canto X del Paradiso, accompagnata dal commento del Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia.

Dante, Francesco, Venezia.

Tre nomi capaci di mettere immediatamente in allarme chiunque tema la cultura quando assume un tono troppo solenne.

Ma il valore dell'appuntamento sta proprio nella possibilità di sottrarre quei testi alla loro rispettabile teca e riportarli alla dimensione originaria della voce.

Perché Dante, prima ancora di essere letteratura monumentale, è anche ritmo, suono, respirazione. E una parola pronunciata non è mai identica a una parola semplicemente letta.


La notte del 4 novembre torna a Venezia

Poi c’è l’altra memoria. Quella che non appartiene ai filosofi, ai teologi o ai poeti, ma a una città intera.


Il 4 novembre, dalle 18 fino all’una di notte, l’Arsenale ospiterà La veglia dell’Acqua Granda, progetto ideato da Marco Paolini e Michela Signori nell’ambito di Atlante delle Rive, con la collaborazione di Davide Iodice.


La data non è casuale.


La serata torna infatti alla notte del 4 novembre 1966, quando Venezia affrontò una delle più drammatiche alluvioni della sua storia recente.

Qui il concetto di archivio cambia ancora.

Non si tratta soltanto di recuperare documenti, ma di riattivare un ricordo collettivo attraverso il racconto e il teatro. La memoria diventa una veglia, dunque qualcosa che richiede presenza, ascolto e tempo.

E soprattutto richiede una città disposta a ricordare.


Il vero protagonista? Un archivio che non vuole stare zitto

Mettendo insieme i tre appuntamenti emerge un disegno piuttosto preciso.

Da una parte Dante e Francesco, dall’altra Florenskij, nel mezzo una delle ferite storiche della Venezia contemporanea. Tre percorsi differenti, tre linguaggi e tre modi di affrontare il passato.

Ma il protagonista nascosto è l'Archivio stesso.

Perché un archivio può scegliere di essere un deposito oppure un organismo culturale. Nel primo caso conserva. Nel secondo, provoca.

La Biennale sembra scegliere la seconda strada.

E forse è proprio questa la parte più contemporanea dell'intero programma: non trattare la memoria come una cassaforte nella quale chiudere ciò che è stato, ma come materiale ancora capace di produrre domande.

La musica, in questo senso, arriva dove l'archivio cartaceo non può arrivare.

Un documento può testimoniare. Una voce può riaccendere. Un suono può mettere in discussione.

E quando tutto questo accade nello stesso luogo, l'archivio smette definitivamente di essere una sala di consultazione e diventa una scena.

Venezia, insomma, prova a fare una cosa non facilissima

Non celebrare il passato.


Rimetterlo in circolo.


È una differenza enorme.

Perché celebrare è facile: basta una ricorrenza, un titolo importante e qualche parola sufficientemente nobile.

Interrogare la memoria è invece un'altra faccenda.


Significa accettare che Dante possa ancora disturbare, che Florenskij possa ancora porre domande difficili e che una notte del 1966 non sia soltanto una fotografia ingiallita della Venezia che fu.


Significa anche ammettere che la musica non è necessariamente lì per accompagnare qualcosa di più importante.


A volte è proprio lei a fare le domande.

E a Venezia, tra ottobre e novembre, sembra intenzionata a farne parecchie.

 
 
 

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