Premio Venezia 2026, Ruben Xhaferi conquista la Fenice: 12 Studi di Chopin per lasciare il segno

A 21 anni, il pianista veneto vince la 42ª edizione del Premio Venezia e convince giuria tecnica e pubblico con Debussy e Chopin. Sul podio anche Pierpaolo Buggiani ed Emanuele Nazzareno Piovesan. Ecco perché questa vittoria conta più di una medaglia.

Ci sono concorsi pianistici nei quali si distribuiscono premi, borse di studio e strette di mano. E poi ci sono quelli in cui, almeno per una sera, la musica torna a essere una faccenda tremendamente seria: dita, idee, nervi saldi e la capacità di convincere un'intera sala che un repertorio ascoltato centinaia di volte abbia ancora qualcosa da dire. Il Premio Venezia appartiene a questa seconda categoria. E il protagonista della sua 42ª edizione è Ruben Xhaferi, pianista veneto di 21 anni che ha conquistato il primo posto nella competizione promossa dalla Fondazione Amici della Fenice.
Non è soltanto una bella notizia per il vincitore. È anche un'occasione per guardare da vicino una generazione di interpreti che si affaccia alla professione con una preparazione tecnica sempre più solida e con una domanda inevitabile davanti a sé: come trasformare anni di studio in una carriera capace di andare oltre il prossimo concorso?
Ruben Xhaferi, quando Chopin non concede sconti
Nato a Dolo, in provincia di Venezia, nel 2005, Xhaferi ha conseguito il diploma con il massimo dei voti, la lode e la menzione d'onore al Conservatorio Giovanni Battista Martini di Bologna. Per presentarsi alla prova finale nella Sala grande del Teatro La Fenice ha scelto un programma che, sulla carta, somiglia a un esame di resistenza per qualsiasi pianista: La cathédrale engloutie di Claude Debussy, dai Préludes, seguita dai dodici Études op. 10 di Fryderyk Chopin.
Tradotto dal linguaggio dei programmi di sala: prima bisogna costruire un mondo sonoro, poi dimostrare di saper attraversare una delle raccolte più impegnative del repertorio pianistico romantico senza ridurre la musica a una gara di velocità.
Debussy richiede controllo del colore, attenzione alle risonanze e una gestione del tempo che non confonda la libertà espressiva con l'indeterminatezza. Chopin, invece, non perdona facilmente: dietro l'apparente esercizio tecnico si nascondono problemi di articolazione, equilibrio delle voci, fraseggio e architettura musicale.
La scelta di Xhaferi ha dunque messo in campo due aspetti complementari del pianismo: la capacità di suggerire atmosfere e quella di organizzare una scrittura di elevata complessità. Il risultato gli ha assicurato il consenso della giuria tecnica e di quella popolare.
Ed è proprio questo doppio riconoscimento a rendere interessante il verdetto. In un concorso, convincere gli specialisti e conquistare il pubblico non è necessariamente la stessa cosa. Quando le due valutazioni convergono, il risultato assume un significato ulteriore: la prestazione non si limita a dimostrare competenza, ma riesce anche a comunicare.
Naturalmente, vincere un premio non equivale ad aver risolto tutti gli enigmi dell'interpretazione pianistica. Significa, piuttosto, aver superato una prova importante e aver guadagnato un'opportunità concreta per il futuro.
Il secondo posto va a Buggiani: Mendelssohn, Liszt e Prokof'ev nello stesso programma
Alle spalle di Xhaferi si è classificato Pierpaolo Buggiani, nato a Empoli nel 2006 e formatosi al Conservatorio Luigi Boccherini di Lucca, dove ha concluso gli studi con il massimo dei voti, la lode e la menzione d'onore sotto la guida di Carlo Palese.
La sua proposta ha attraversato tre territori musicali distinti: la Fantasia in fa diesis minore op. 28 di Felix Mendelssohn, la Bagatelle sans tonalité di Franz Liszt e la Sonata n. 2 in re minore op. 14 di Sergej Prokof'ev.
Non un semplice percorso cronologico, ma un confronto fra differenti concezioni del pianoforte. Mendelssohn porta con sé l'eredità romantica e il senso della forma; Liszt mette in discussione le coordinate tonali tradizionali; Prokof'ev introduce un universo nel quale energia ritmica, spigolosità e costruzione formale convivono in un equilibrio tutt'altro che accomodante.
Un programma del genere chiede al pianista di cambiare prospettiva senza perdere coerenza. Il secondo premio, intitolato ad Alfredo Casella, rappresenta un riconoscimento significativo per un musicista che ha già completato con risultati eccellenti il proprio percorso conservatoriale.
Emanuele Nazzareno Piovesan sceglie Ravel e il pianoforte dei cinque mondi
Il terzo posto è andato a Emanuele Nazzareno Piovesan, nato nel 2006 e diplomato con il massimo dei voti, la lode e la menzione d'onore. La sua formazione è legata a Irene Veneziano e Konstantin Bogino.
Per la finale ha scelto Miroirs di Maurice Ravel, una raccolta che mette alla prova non soltanto le dita, ma anche l'immaginazione sonora dell'interprete. Le cinque composizioni — Noctuelles, Oiseaux tristes, Une barque sur l'océan, Alborada del gracioso e La vallée des cloches — richiedono un controllo minuzioso dei piani sonori, una tavolozza timbrica ampia e una notevole indipendenza delle voci.
Qui il pianoforte smette di essere soltanto uno strumento percussivo e diventa un laboratorio di illusioni acustiche. Le note devono suggerire ali notturne, paesaggi, movimenti d'acqua e risonanze lontane senza che il virtuosismo finisca per soffocare la sostanza poetica.
La scelta di Piovesan ha portato in finale un'altra idea di bravura: meno concentrata sul confronto diretto con la tradizione dello studio pianistico romantico e più orientata verso la precisione timbrica e la sofisticazione della scrittura francese.
Il podio, insomma, riunisce tre percorsi diversi. Non è necessario trasformarli in una classifica di stili: il dato interessante è proprio la varietà delle strade attraverso cui giovani interpreti preparati possono affrontare il grande repertorio.
Quarantadue candidati, cinque finalisti: chi sono gli altri classificati
La competizione è partita da una selezione iniziale di 42 candidati. Alla prova conclusiva, aperta al pubblico nella Sala grande del Teatro La Fenice, sono arrivati programmi differenti per epoca, linguaggio e difficoltà tecnica.
Dopo i tre premiati, la graduatoria ha visto Massimiliano Soriente al quarto posto e Nausicaa Pace al quinto.
Anche questo passaggio merita attenzione. Dietro i nomi che finiscono nei titoli ci sono anni di studio, lezioni, audizioni e lavoro quotidiano, oltre a un sistema formativo chiamato a preparare musicisti per un ambiente professionale competitivo.
La selezione, per quanto necessaria in un concorso, non esaurisce il valore artistico dei partecipanti. Una classifica fotografa una specifica prova in un determinato contesto; non può pronosticare con certezza l'intero futuro di una carriera.
Ventottomila euro al vincitore: il premio che può diventare un trampolino
Il Premio Venezia non si limita a consegnare un titolo da aggiungere al curriculum. Il primo classificato riceve borse di studio per un totale di 28.000 euro e l'opportunità di esibirsi in una serie di concerti presso importanti istituzioni internazionali.
Il secondo premio, dedicato ad Alfredo Casella, ammonta a 21.000 euro. Al terzo classificato spettano 18.500 euro.
Sono cifre che contano, soprattutto in una fase della vita professionale nella quale la preparazione artistica è già avanzata, mentre la stabilità economica può essere ancora lontana. Fra studio, perfezionamento, viaggi, partecipazione ad audizioni e costruzione di una rete di contatti, avviare una carriera concertistica comporta costi che il talento, da solo, non paga.
Per questo il valore di un concorso non dovrebbe essere misurato soltanto dalla qualità della serata finale. Conta anche ciò che accade dopo: quanti concerti vengono effettivamente realizzati, quali occasioni professionali si aprono e quanto a lungo il riconoscimento continua a produrre effetti.
È qui che il Premio Venezia può dimostrare la propria utilità più concreta. Un premio in denaro offre una risorsa immediata; una rete di concerti può trasformarsi in esperienza, visibilità e nuove collaborazioni. La differenza fra un risultato prestigioso e un vero punto di svolta, spesso, si gioca proprio nel passaggio dal podio alla vita professionale.
Mario Messinis entra nella storia del Premio Venezia
Questa edizione porta con sé anche un cambiamento dal forte significato simbolico. Il terzo premio è stato intitolato a Mario Messinis, musicologo e critico musicale del Gazzettino, già direttore artistico del Settore Musica della Biennale di Venezia e sovrintendente del Teatro La Fenice, scomparso nel 2020.
La scelta della Fondazione Amici della Fenice lega il riconoscimento alla memoria di una figura che ha avuto un ruolo importante nella vita musicale veneziana.
Non si tratta soltanto di aggiungere un nome a una targa. Intitolare un premio significa associare un percorso futuro a una storia culturale: in questo caso, il sostegno ai giovani interpreti viene collegato alla memoria di chi ha contribuito alla riflessione critica e alla programmazione musicale della città.
È un gesto che acquista particolare senso proprio in un concorso dedicato a musicisti all'inizio della carriera. La tradizione, quando è viva, non consiste nel ripetere il passato come una formula rituale, ma nel creare le condizioni perché nuove generazioni possano confrontarsi con esso e andare oltre.
Il vero problema arriva dopo il diploma
Il successo di Xhaferi riporta inevitabilmente al centro una questione che riguarda l'intero sistema della formazione musicale italiana: che cosa succede quando un giovane pianista conclude gli studi con risultati eccellenti?
Il diploma è un traguardo importante, ma non è un contratto con le sale da concerto. Il talento e la preparazione devono incontrare opportunità concrete, programmazioni che investano sui giovani, istituzioni disposte ad ascoltarli e un pubblico che possa scoprirli anche al di fuori dei grandi appuntamenti competitivi.
Il rischio è che i concorsi diventino una successione di traguardi isolati: si partecipa, si vince o si perde, si aggiorna il curriculum e si ricomincia. Il loro potenziale più interessante, invece, sta nella capacità di creare continuità fra formazione e professione.
In questo senso, la componente concertistica del Premio Venezia è essenziale. Offre al vincitore una prospettiva che va oltre la proclamazione e che può aiutarlo a misurarsi con contesti, pubblici e programmi diversi.
Naturalmente, sarà il tempo a dire quanto questa opportunità inciderà sul percorso di Xhaferi. Sarebbe prematuro trasformare una vittoria in una profezia sul futuro. Ma sarebbe altrettanto miope considerarla soltanto una riga in più nell'elenco dei concorsi vinti.
Il verdetto: una vittoria importante, adesso comincia la partita vera
La 42ª edizione del Premio Venezia consegna il primo posto a Ruben Xhaferi, seguito da Pierpaolo Buggiani ed Emanuele Nazzareno Piovesan. Tre giovani pianisti, tre programmi impegnativi e tre modi differenti di entrare in contatto con alcune delle pagine più esigenti del repertorio.
Xhaferi ha costruito la propria prova sul contrasto fra le atmosfere di Debussy e l'impegno tecnico ed espressivo dei dodici Studi di Chopin. Una scelta che ha convinto entrambe le giurie e gli ha assicurato il riconoscimento più importante della competizione.
La notizia, però, non finisce con la proclamazione del vincitore. Il vero interesse sta anche nella possibilità che questo risultato diventi un'occasione concreta per un musicista di 21 anni e che il sostegno economico e concertistico promesso dal premio si traduca in nuove esperienze professionali.
Perché la musica classica non ha bisogno di dichiarare continuamente che i giovani sono il suo futuro. Ha bisogno di metterli nelle condizioni di costruirlo.
E, per una volta, la domanda più interessante non è soltanto chi abbia vinto il concorso. È che cosa potrà fare, da domani, con questa vittoria.





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