top of page

Steve Reich compie 90 anni: il compositore che ha fregato la noia alla musica contemporanea

Immagine del redattore: Masolino Ensemble
Masolino Ensemble
5 ott
Tempo di lettura: 7 min
azienda italiana fondata nel 1995 e con sede a Piombino Dese (Padova), specializzata nella progettazione e produzione di soluzioni tecnologiche avanzate, in particolare nei settori dell'oleodinamica e della meccanica di precisione per l'industria e l'automotive

Novant’anni, cinque ascolti indispensabili e una domanda impertinente: quante volte bisogna ripetere una cosa perché smetta di essere ripetitiva?

Steve Reich ha passato una vita a dimostrare che la risposta è: dipende da cosa succede nel frattempo.


Steve Reich compie 90 anni: viaggio nella musica del grande compositore americano tra minimalismo, ritmo, memoria e cinque ascolti da non perdere.

Il 3 ottobre 2026 Steve Reich ha compiuto novant’anni.

E il 5 ottobre, mentre celebrazioni, omaggi e ricostruzioni biografiche si mettono ordinatamente in fila, vale la pena fare qualcosa di meno rispettoso e probabilmente più utile: riascoltarlo.


Perché Reich non è uno di quei compositori che si possono liquidare con una fotografia in bianco e nero, una manciata di aggettivi solenni e la formula “grande protagonista della musica del secondo Novecento”.

È molto peggio.


È uno di quei musicisti che, dopo aver cambiato il modo in cui ascoltiamo il tempo, è riuscito a entrare anche nella cultura popolare senza chiedere il permesso alla dogana della musica contemporanea.

E questa, per un compositore nato nel 1936, non è una piccola impresa.


Il compositore che ha scoperto che anche due note possono combinare guai

Per anni una certa idea della musica contemporanea ha coltivato una convinzione abbastanza semplice: più una partitura sembra difficile da capire, più probabilmente deve essere importante.

Poi è arrivato Reich.


Non precisamente con il martello pneumatico, ma con una cellula ritmica, una pulsazione e una quantità apparentemente sospetta di ripetizioni.

Il punto, naturalmente, non era ripetere qualcosa all’infinito.

Era farci sentire ciò che cambia mentre crediamo che non stia cambiando nulla.


È qui che la faccenda diventa interessante.

Reich prende un materiale elementare e lo mette in movimento.

Una voce slitta rispetto a un’altra.

Un accento cambia posizione.

Una figura ritmica si sposta impercettibilmente.

Il nostro cervello comincia a completare, anticipare, correggere.

E improvvisamente la musica non è più soltanto quella che viene suonata.

È quella che l’ascoltatore costruisce nella propria testa.

Questa è la vera rivoluzione.


Prima di diventare Steve Reich, però, c’era un pianoforte. E anche una batteria

La sua formazione non segue esattamente il percorso del compositore accademico modello.

Studia pianoforte, si avvicina alla batteria e al jazz, si laurea in filosofia alla Cornell University con una tesi dedicata a Ludwig Wittgenstein, passa dalla Juilliard e poi dal Mills College, dove incontra Luciano Berio e Darius Milhaud.


In California entra in contatto con l’ambiente sperimentale del San Francisco Tape Music Center e con musicisti come Pauline Oliveros, Morton Subotnick e Terry Riley.


Nel 1964 partecipa anche alla prima esecuzione di In C di Riley.

Insomma, mentre una parte dell'avanguardia europea sembra impegnata a rendere la musica sempre più astratta, Reich comincia a chiedersi una cosa molto concreta:

che cosa succede se il processo musicale diventa udibile?

La risposta arriva presto.

It’s Gonna Rain: il momento in cui il nastro comincia a fare sul serio


Nel 1965 Reich realizza It’s Gonna Rain.

Materiale di partenza: una registrazione vocale.

Metodo: duplicarla, far scorrere le copie a velocità leggermente differenti e lasciare che il disallineamento produca progressivamente nuove combinazioni.

Il risultato è il cosiddetto phasing.

Detto brutalmente: due cose che all'inizio sembrano coincidere cominciano lentamente a separarsi.

Detto musicalmente: nasce un universo.

E qui c’è una delle intuizioni più importanti di Reich. Il procedimento non è un trucco utilizzato per arrivare a un risultato finale. Il procedimento è il risultato.

Non bisogna nascondere il meccanismo.

Bisogna ascoltarlo mentre accade.

Da questa idea nasceranno Come Out, Piano Phase, Violin Phase, Phase Patterns e Clapping Music.

Quest’ultima, in particolare, riesce nell’impresa quasi comica di dimostrare che per fare musica non servono necessariamente orchestra, elettronica, quattordici leggii e un direttore con l’espressione di chi sta decifrando un trattato militare.

A volte bastano due coppie di mani.

E un’idea.


I cinque Reich da ascoltare oggi

Se non avete mai ascoltato seriamente Reich, lasciate perdere l'ordine cronologico. Non serve fare l'appello.


Ecco cinque porte d'ingresso.

1. Music for 18 Musicians per capire perché la ripetizione non è immobilità

È probabilmente il punto di partenza più naturale.

Scritta tra il 1974 e il 1976, porta il sistema di Reich a una dimensione quasi architettonica. La pulsazione è costante, ma dentro quella continuità tutto respira: armonie, timbri, voci, accenti, entrate e uscite.

È musica costruita con una precisione impressionante e, contemporaneamente, sorprendentemente fisica.

Il trucco è non aspettare “il tema”.

Qui il tema è il cambiamento.


2. Drumming quando la percussione smette di essere arredamento

Se pensate che le percussioni servano principalmente a ricordarci che una composizione ha bisogno di un finale rumoroso, Drumming potrebbe correggere rapidamente il vostro punto di vista.

Il lavoro nasce anche dall’interesse di Reich per le tradizioni ritmiche africane, maturato durante il viaggio in Ghana.

Il risultato è una macchina sonora complessa, ma non fredda: il ritmo diventa materia, colore, spazio.

E soprattutto diventa movimento.


3. Different Trains quando la memoria entra direttamente nella partitura

Qui Reich cambia terreno.

Le voci registrate, i rumori dei treni e il quartetto d’archi costruiscono una sorta di memoria musicale documentaria.

Da una parte ci sono i viaggi ferroviari compiuti dal compositore negli Stati Uniti durante l’infanzia. Dall’altra, i treni che trasportavano gli ebrei europei verso i campi di sterminio.

La cosa straordinaria è che Reich non trasforma il materiale in un semplice commento illustrativo.

Le inflessioni della voce diventano materiale musicale.

Il parlato diventa melodia.

Il documento diventa forma.

E la ripetizione, che all'inizio poteva sembrare un esercizio astratto, acquista improvvisamente una dimensione storica.


4. Clapping Music due persone, niente scuse

È il Reich da ascoltare quando qualcuno vi dice che la musica contemporanea è troppo complicata.

Due interpreti. Mani. Un pattern ritmico.

Uno dei due sposta progressivamente la figura rispetto all'altro.

Fine dell'elenco degli strumenti.

Il resto lo fa il cervello.

È uno dei lavori più semplici da spiegare e più difficili da dimenticare. Perché dimostra una cosa fondamentale: la complessità non coincide necessariamente con la quantità di materiale utilizzato.

A volte è sufficiente cambiare il punto in cui cade un accento.


5. Radio Rewrite sì, dentro c’è anche il rock

Ed eccoci al momento in cui il compositore minimalista finisce nel territorio dei Radiohead.

Radio Rewrite, del 2012, prende spunto da materiale associato a Jigsaw Falling into Place e Everything in Its Right Place.

È un dettaglio tutt'altro che secondario.

Perché racconta un Reich ancora capace, a ottant'anni meno qualcosa, di guardare fuori dalla propria recinzione.

E conferma che il suo linguaggio non appartiene soltanto alle sale da concerto.

Il minimalismo ha lasciato impronte nel rock, nel jazz, nella musica elettronica, nella danza e nella cultura del loop.

Reich non ha semplicemente influenzato altri compositori.

Ha contribuito a cambiare il modo in cui la musica popolare pensa il tempo.


Da Tehillim a WTC 9/11: la ripetizione non basta più

Sarebbe però un errore fermarsi alla parola “minimalismo”.

Reich ha continuato a cambiare.

Negli anni Ottanta arrivano Tehillim e The Desert Music. Poi Different Trains. Quindi City Life, Daniel Variations, WTC 9/11.

La musica si apre alla storia, alla voce, alla memoria, alla tecnologia e alle immagini.

Il rapporto con Beryl Korot, artista visiva e compagna di vita, conduce a opere multimediali come The Cave e Three Tales.

Il vecchio Reich delle cellule ritmiche non è scomparso.

Ha semplicemente smesso di essere sufficiente.


Ed è forse questo il particolare che dovrebbe interessarci di più nel giorno del suo novantesimo compleanno: Reich non ha trascorso sessant'anni a fare sempre la stessa musica. Ha trascorso sessant'anni a capire fino a dove poteva spingere la stessa domanda.

Il Pulitzer, i premi e quella fastidiosa abitudine di essere ancora contemporaneo


Nel 2009 arriva il Pulitzer per Double Sextet.

Poi il Praemium Imperiale, il Polar Music Prize, il Leone d'Oro alla carriera della Biennale Musica di Venezia, il BBVA Foundation Frontiers of Knowledge Award e numerosi altri riconoscimenti internazionali.

Ma la lista dei premi, per quanto impressionante, racconta solo metà della storia.

L’altra metà sta nei palchi.

Nei balletti costruiti sulle sue musiche.

Negli ensemble specializzati.

Nei quartetti d’archi.

Nei percussionisti.

Nelle orchestre.

Nei festival.


E perfino nei concerti in cui il pubblico arriva per ascoltare un musicista proveniente dal rock e si ritrova davanti una partitura di Reich.

È precisamente qui che il compositore diventa un fenomeno culturale più ampio della categoria in cui lo abbiamo sistemato.


Il paradosso Reich: musica rigorosa, pubblico sorprendentemente vasto

Reich non è facile perché “suona facile”.

È accessibile perché rende percepibile la propria trasformazione.

Non bisogna conoscere tutta la storia della serialità, avere una laurea in composizione o leggere una partitura a prima vista.

Bisogna ascoltare.

E soprattutto bisogna smettere di chiedersi quando arriverà qualcosa.

Perché qualcosa sta già arrivando.

È solo infinitamente più lento di quanto siamo abituati ad aspettarci.

Questa è forse la grande lezione di Reich in un'epoca che pretende cambiamenti ogni tre secondi: la trasformazione può essere microscopica e tuttavia enorme.

E allora, Steve Reich è ancora “minimalista”?

Sì.


Ma soltanto se la parola viene usata come punto di partenza.

No, se diventa una gabbia.

Perché dentro il Reich degli ultimi decenni ci sono la tradizione ebraica, la memoria della Shoah, la tecnologia, la videoarte, la musica orchestrale, il quartetto d'archi, la danza, il rock e una quantità di idee che mal sopportano le etichette da catalogo.

Chiamarlo semplicemente “padre del minimalismo” è un po’ come descrivere un grattacielo dicendo che contiene cemento.

Vero.


Ma non particolarmente illuminante.

Novant’anni dopo, la domanda resta la stessa

Steve Reich ha compiuto novant’anni.

La tentazione è quindi quella di costruire il consueto monumento celebrativo: grande compositore, grande rivoluzionario, grande innovatore, fine della storia.

Ma Reich merita qualcosa di più interessante.

Merita di essere ascoltato senza l'obbligo di venerarlo.

Perché la sua musica regge anche quando la si affronta senza inginocchiarsi davanti alla partitura.


Anzi, probabilmente funziona meglio così.

Provate con Clapping Music. Poi passate a Music for 18 Musicians. Ascoltate Different Trains. Tornate indietro a It’s Gonna Rain. E chiudete con Radio Rewrite.

A quel punto potrebbe succedere una cosa piuttosto fastidiosa.


Potreste accorgervi che avete ascoltato cinque volte la stessa idea e, contemporaneamente, non avete ascoltato affatto la stessa musica.


Ed è proprio lì che Steve Reich, novant’anni dopo la sua nascita, continua a fregarci.

La ripetizione non è il punto.


Il punto è quello che la ripetizione riesce a farci sentire.

 
 
 

Commenti


Contatti

infomasolinoensemble@gmail.com

Tel. +39 350 576 4972

Associazione FA-RE CORO APS

C.F. 95088450127

Masolino Ensemble Newsletter

Non perdere la prossima nota.

  • Instagram
  • Facebook
  • LinkedIn
  • YouTube
  • Apple Music
  • Spotify
bottom of page