Anna Moffo, vent’anni dopo: Pergolesi riaccende la diva. E a Villa Lanfranchi la “Serva padrona” diventa memoria viva

Da una mostra fotografica alla musica dal vivo: a Villa Lanfranchi il ricordo di Anna Moffo non resta imbalsamato nell’album dei ricordi.
La Serpina di Pergolesi torna in scena e il passato, per una sera, smette di essere passato.
Ci sono anniversari che sembrano fatti apposta per essere celebrati con una corona di fiori, qualche fotografia, parole rispettose e poi via, tutti a casa.
E ci sono anniversari che chiedono qualcosa di più: che la memoria torni a respirare.
A vent’anni dalla scomparsa di Anna Moffo, Villa Lanfranchi ha scelto la seconda strada.
Il 26 agosto, nella storica dimora di Santa Maria del Piano, a Lesignano de’ Bagni, nel Parmense, il nome del celebre soprano statunitense è tornato a incontrare quello di Giovanni Battista Pergolesi, attraverso La serva padrona. Non una semplice ripresa operistica, dunque, ma un progetto costruito sul rapporto fra documento, memoria, teatro e vita privata.
Ed è proprio qui che l’operazione acquista interesse: perché Anna Moffo non viene presentata soltanto come la diva internazionale, ma come una persona che ha lasciato una traccia concreta dentro quella casa.

Da una mostra fotografica alla musica dal vivo: a Villa Lanfranchi il ricordo di Anna Moffo non resta imbalsamato nell’album dei ricordi. La Serpina di Pergolesi torna in scena e il passato, per una sera, smette di essere passato.
Ci sono anniversari che sembrano fatti apposta per essere celebrati con una corona di fiori, qualche fotografia, parole rispettose e poi via, tutti a casa. E ci sono anniversari che chiedono qualcosa di più: che la memoria torni a respirare.
A vent’anni dalla scomparsa di Anna Moffo, Villa Lanfranchi ha scelto la seconda strada.
Il 26 agosto, nella storica dimora di Santa Maria del Piano, a Lesignano de’ Bagni, nel Parmense, il nome del celebre soprano statunitense è tornato a incontrare quello di Giovanni Battista Pergolesi, attraverso La serva padrona. Non una semplice ripresa operistica, dunque, ma un progetto costruito sul rapporto fra documento, memoria, teatro e vita privata.
Ed è proprio qui che l’operazione acquista interesse: perché Anna Moffo non viene presentata soltanto come la diva internazionale, ma come una persona che ha lasciato una traccia concreta dentro quella casa.
Prima la donna, poi la diva
Il percorso cominciava dalla mostra fotografica “Anna Moffo, la Diva la Donna”, curata e introdotta da Eles Iotti e inaugurata il 23 agosto.
Le fotografie, provenienti dall’archivio della Fondazione Mario Lanfranchi, non servono semplicemente a ricordare un soprano celebre. Il loro interesse sta soprattutto nel modo in cui spostano lo sguardo.
Da una parte c’è l’Anna Moffo conosciuta dal pubblico: il teatro, la televisione, il cinema musicale, la costruzione inevitabile della figura della diva. Dall’altra compare una dimensione più raccolta, legata alla quotidianità, alla casa, agli affetti, alla vita condivisa con Mario Lanfranchi.
E qui la mostra evita una trappola frequente delle celebrazioni: trasformare una grande artista in una fotografia da album commemorativo.
Al contrario, quelle immagini suggeriscono una domanda molto più interessante:
quanto della persona rimane quando la diva smette di essere osservata dal pubblico?
Villa Lanfranchi diventa così qualcosa di più di una sede espositiva.
È parte della storia stessa che si racconta.
La mostra sarà visitabile, su prenotazione, fino al 25 ottobre 2026.
E poi arriva Pergolesi: la memoria sale sul palcoscenico
La scelta de La serva padrona non è casuale.
L’intermezzo di Pergolesi, nato nel Settecento e rappresentato per la prima volta a Napoli nel 1733, è legato ad Anna Moffo attraverso una pagina particolarmente significativa della storia della televisione musicale italiana: la produzione Rai del 1962, diretta da Mario Lanfranchi, nella quale il soprano interpretava Serpina.
Ecco allora che il cerchio si chiude.
Le immagini in bianco e nero della storica produzione hanno accompagnato la serata, creando un dialogo tra ciò che fu e ciò che accadeva davanti agli spettatori.
Da una parte lo schermo conserva una testimonianza; dall’altra il teatro restituisce alla musica il suo carattere irrimediabilmente presente.
È una differenza fondamentale.
Un archivio conserva.
Il teatro rischia.
Perché ogni volta che un’opera viene eseguita dal vivo non esiste la garanzia che il passato possa essere semplicemente replicato. Esiste invece la possibilità di rileggerlo.
Serpina non è una fotografia: Tania Bussi raccoglie la sfida
A dare corpo alla nuova Serpina è stata Tania Bussi, protagonista di una prova nella quale il personaggio ha occupato con efficacia il centro della scena.
La parte richiede non soltanto presenza vocale, ma soprattutto quella capacità di trasformare la parola musicale in azione teatrale che costituisce una delle ragioni della longevità dell’opera buffa.
Accanto a lei, Maurizio Leoni ha interpretato Umberto con misura funzionale al carattere della vicenda, mentre Michele Pavarani ha dato voce e movimento al muto Vespone, figura indispensabile all'ingranaggio comico dell’intermezzo.
Non bisogna chiedere a Pergolesi di diventare ciò che non è.
La serva padrona non ha bisogno di monumentalità, né di una patina museale.
Ha bisogno di ritmo, leggerezza, tempi teatrali e soprattutto della capacità di lasciare che la comicità nasca dalla musica e dai personaggi.
Ed è questa direzione che l’esecuzione ha cercato di seguire.
Stefano Zinetti e l’Orchestra dell’Università di Parma: quando accompagnare significa ascoltare
Sul versante musicale era impegnato l’ensemble barocco dell’Orchestra dell’Università di Parma, diretto da Stefano Zinetti.
La partitura pergolesiana non concede molte possibilità di nascondersi dietro il volume sonoro. Richiede trasparenza, elasticità, prontezza nel rapporto con la scena.
Zinetti ha impostato l’esecuzione su tempi funzionali all’azione teatrale, mantenendo un rapporto generalmente equilibrato con il palcoscenico.
È una scelta che appare particolarmente appropriata in un luogo come Villa Lanfranchi, dove l’evento non nasce dalla logica della grande macchina teatrale, ma dall'incontro fra spazio storico, pubblico, interpreti e memoria.
Il risultato è stato quello che La serva padrona dovrebbe ancora saper produrre: divertimento senza banalizzazione e leggerezza senza superficialità.
Gli applausi finali, nutriti e generosi, hanno confermato la partecipazione del pubblico.
Il vero protagonista? Il tempo
Eppure il punto più interessante della serata non è soltanto stabilire chi abbia cantato meglio, chi abbia diretto con maggiore brillantezza o quanto sia riuscita la messa in scena.
Il vero protagonista è stato il tempo.
Il tempo che separa il 1733 di Pergolesi dal 1962 della produzione Rai.
Il tempo che separa quelle immagini in bianco e nero dalla serata del 2026.
Il tempo che ha trasformato Anna Moffo da presenza scenica a memoria.
E il tempo che, dentro Villa Lanfranchi, sembra procedere con una logica diversa.
Qui la storia non è un soprammobile.
Può essere fotografata, raccontata, proiettata e soprattutto rimessa in musica.
Anna Moffo, non soltanto un anniversario
Il merito dell’iniziativa della Fondazione Mario Lanfranchi, nell’ambito di Piaceri d’Arte, rassegna curata da Valeria Ottolenghi, sta proprio nell’aver evitato che il ventesimo anniversario della scomparsa di Anna Moffo fosse ridotto a una semplice ricorrenza.
La mostra mette a disposizione la memoria visiva.
Pergolesi restituisce il teatro.
Le immagini Rai costruiscono il ponte.
Villa Lanfranchi fornisce il luogo.
E il pubblico completa il lavoro, perché ogni memoria artistica ha bisogno di qualcuno disposto ad ascoltarla nuovamente.
Alla fine, dunque, La serva padrona non è stata soltanto una pagina del Settecento riproposta nel 2026.
È diventata una piccola macchina del tempo.
E forse è proprio questo che dovrebbe fare la cultura quando funziona davvero:
non impedirci di dimenticare, ma darci una ragione per ricordare.





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