Britten alla Scala fa ancora paura: il War Requiem apre MiTo 2026 e il pubblico esplode

Alla Scala il War Requiem di Benjamin Britten inaugura MiTo 2026 con Simone Young, l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e tre solisti di peso. Una serata che parla di guerra senza fare prediche e dimostra, ancora una volta, che la musica può essere più scomoda della realtà.

C'è un piccolo problema con il War Requiem di Benjamin Britten: continua a funzionare.
E non dovrebbe.
Non dopo decenni di celebrazioni, commemorazioni, programmi di sala pieni di buone intenzioni e solenni dichiarazioni sulla pace. Non dovrebbe funzionare soprattutto nel 2026, quando il mondo sembra impegnato a dimostrare con una certa ostinazione che dalla storia non ha imparato assolutamente nulla.
E invece eccolo lì, alla Scala, ad aprire MiTo SettembreMusica 2026, il 6 settembre, con la replica del 7 settembre all'Auditorium Rai di Torino. Un'opera monumentale, scomoda e tutt'altro che accomodante che torna a fare quello che sa fare meglio: prendere una forma musicale apparentemente destinata alla liturgia e riempirla di dubbi, rabbia, pietà e orrore.
Insomma, niente male come modo per inaugurare un festival.
Il requiem che non vuole consolarci
Britten scrisse il War Requiem per la consacrazione della nuova Cattedrale di Coventry, costruita dopo la distruzione della precedente durante la Seconda guerra mondiale. Ma sarebbe riduttivo archiviarlo come l'ennesima composizione "contro la guerra".
Il trucco, se così vogliamo chiamarlo, sta nell'incontro fra il testo latino della Messa da Requiem e le poesie di Wilfred Owen, il giovane poeta soldato britannico morto nel 1918, pochi giorni prima della fine della Prima guerra mondiale.
Ed è qui che Britten fa saltare il banco.
Da una parte abbiamo la liturgia, con il suo linguaggio millenario e universale. Dall'altra un uomo che la guerra l'ha vista da vicino e che non ha alcuna intenzione di trasformarla in una fotografia commemorativa con cornice dorata.
La morte, in questo Requiem, non è un concetto astratto. Ha il rumore delle armi, l'odore del fango, il volto di qualcuno che fino a un attimo prima era semplicemente un essere umano.
E soprattutto ha un dettaglio terribilmente scomodo: il nemico può essere anche un amico.
Nel momento in cui Britten mette in musica il testo di Owen, la retorica bellica perde improvvisamente ossigeno. Non ci sono vincitori particolarmente interessanti. Restano uomini che muoiono.
È una differenza enorme.
E ascoltata oggi, questa differenza arriva con una precisione quasi imbarazzante.
Simone Young prende un'orchestra gigantesca e la fa respirare
Per una partitura del genere serve qualcuno disposto a domare un animale di dimensioni considerevoli.
Alla Scala, sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, c'era Simone Young, direttrice che non ha bisogno di gesticolare come se stesse cercando di fermare un autobus per dimostrare di avere autorità.
Il suo Britten è stato innanzitutto leggibile.
Che sembra una cosa banale, finché non ci si trova davanti a una partitura nella quale orchestra, coro, voci bianche e solisti devono convivere senza trasformare ogni fortissimo in una gara di sopravvivenza acustica.
Young ha invece lavorato sui piani sonori, sulle trasparenze e soprattutto sul contrasto.
Quando serve, il suono si espande con una violenza quasi fisica.
Quando la musica si ritrae, invece, rimane sospesa, fragile, dolorosamente umana.
È una direzione che non ha bisogno di aggiungere dramma al dramma.
Britten ne ha già messo abbastanza.
Tre voci, tre uomini davanti alla guerra
La parte vocale riuniva Elena Guseva, Nicky Spence e Bo Skovhus, rispettivamente soprano, tenore e baritono.
Ma è soprattutto il rapporto fra tenore e baritono a rappresentare il cuore teatrale della composizione.
Non sono semplicemente due solisti che entrano, cantano la loro parte e aspettano il prossimo numero.
Sono due esseri umani.
Due soldati.
Due persone che appartengono a schieramenti opposti e che, nella logica assurda della guerra, possono arrivare a uccidersi per poi ritrovarsi, musicalmente, dalla stessa parte.
È probabilmente uno degli aspetti più geniali del lavoro di Britten: la trasformazione della tragedia collettiva in una conversazione privata.
E quando il testo suggerisce che il nemico può essere colui che abbiamo ucciso, la questione smette definitivamente di essere geopolitica.
Diventa personale.
Il momento in cui il War Requiem smette di essere una cerimonia
Il finale è uno di quei passaggi nei quali il compositore non ha bisogno di trucchi.
Il materiale musicale ritorna, cresce, si accumula, raggiunge una tensione quasi insostenibile e poi, invece di regalarci il solito gran finale liberatorio, lentamente si spegne.
Dopo tutto quel rumore rimane il silenzio.
E proprio lì il War Requiem trova la sua risposta.
Non nella vittoria.
Non nella vendetta.
Non nella gloria.
Nel sonno dei morti.
È anche il punto nel quale torna alla mente uno dei passaggi più sconvolgenti dell'intera partitura: la riscrittura dell'episodio biblico di Abramo e Isacco. Qui la retorica del sacrificio viene brutalmente rovesciata e la vittima non è più soltanto una figura del passato.
È un'intera generazione.
È il futuro che viene mandato al macello.
Ed è impossibile non percepire quanto questa idea continui a essere terribilmente attuale.
MiTo 2026 comincia senza anestesia
La scelta di Speranza Scappucci, alla guida della rassegna, è dunque tutt'altro che ornamentale.
Celebrare i cinquant'anni dalla morte di Britten attraverso il War Requiem significa affidare l'apertura di MiTo a una composizione che non si limita a ricordare il passato.
Lo interroga.
E, cosa ancora più fastidiosa, interroga noi.
È una scelta che dà immediatamente una direzione al festival: la musica non come museo, ma come strumento capace di mettere in discussione il presente.
Perché il rischio delle commemorazioni è sempre quello di trasformare una tragedia in una ricorrenza.
Britten fa esattamente il contrario.
La riapre.
Applausi alla Scala, ma resta un problema
Il pubblico del Piermarini ha risposto con entusiasmo, tributando alla serata applausi lunghi e calorosi.
E qui arriva una delle poche note davvero stonate di una serata riuscita.
La presenza del coro di voci bianche avrebbe meritato condizioni acustiche più favorevoli. In una composizione nella quale il contrasto fra innocenza, liturgia e orrore è strutturale, la componente infantile non è un semplice ingrediente aggiuntivo.
È parte del messaggio.
Peccato anche per l'assenza del testo sui display delle poltrone: nel War Requiem capire ciò che viene cantato non è un optional da librettista maniaco.
Le parole di Owen sono una parte sostanziale della drammaturgia.
Senza di esse, alcuni colpi arrivano comunque.
Con esse, arrivano molto più lontano.
Il verdetto: Britten vince ancora
Il punto, alla fine, è piuttosto semplice.
Il War Requiem non è diventato attuale perché qualcuno ha deciso di programmarlo nel 2026.
È attuale perché non ha mai smesso di esserlo.
La sua forza non consiste nel dirci che la guerra è brutta. Grazie tante: questo lo sappiamo anche senza un'orchestra, due cori e tre solisti.
La sua forza è molto più crudele.
Ci costringe a vedere l'essere umano dall'altra parte.
E quando una composizione scritta oltre sessant'anni fa riesce ancora a farlo, mentre noi scorriamo quotidianamente immagini di conflitti sul telefono come se fossero un'altra notifica, significa che Britten aveva capito qualcosa che continuiamo a dimenticare.
La musica non ferma le guerre.
Ma qualche volta riesce almeno a impedirci di ascoltarle senza sentirci coinvolti.
MiTo 2026 non poteva cominciare in modo più rumorosamente silenzioso.
E alla Scala, per una sera, il War Requiem ha ricordato a tutti una cosa piuttosto scomoda:
il problema della guerra non è che muoiano gli altri. È che gli "altri", alla fine, non esistono.





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