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OPERA, ZOMBIE E FINALE SHOCK: A LIÈGE HANNO DECISO DI FAR SALTARE IL GALATEO DELLA LIRICA

  • Immagine del redattore: Masolino Ensemble
    Masolino Ensemble
  • 29 mag
  • Tempo di lettura: 3 min
santa rita

La nuova stagione dell’Opéra Royal de Wallonie-Liège sembra scritta da un regista Netflix sotto caffeina: Macbeth, zombie, Wagner, Broadway e una Turandot senza pietà

Dimenticate per un attimo l’idea dell’opera come territorio riservato a smoking impolverati, colpi di tosse in platea e applausi programmati al minuto esatto.


A Liegi, per la stagione 2026-2027 dell’Opéra Royal de Wallonie-Liège, qualcuno ha evidentemente deciso di buttare benzina sul melodramma.

E no, non è una metafora.

Il titolo della stagione è “Poteri, Desideri”.

Che già suona meno come un cartellone lirico e più come una serie HBO vietata ai minori.


Ma il punto è proprio questo: il teatro belga non sembra avere alcuna intenzione di fare la bella statuina culturale. Vuole provocare, mischiare le carte, attirare pubblico nuovo e, soprattutto, dimostrare che l’opera può ancora parlare del presente senza sembrare uscita da un museo delle cere.

E infatti il programma assomiglia a una collisione controllata tra Verdi, zombie, Wagner e pop culture anni ’80.


OPERA, ZOMBIE E FINALE SHOCK: A LIÈGE HANNO DECISO DI FAR SALTARE IL GALATEO DELLA LIRICA

La frase che farà impazzire i puristi: “Zombie Opera”

Sì, avete letto bene.

Tra le novità più clamorose della stagione compare “Zombie Opera”, nuova creazione mondiale firmata dal compositore residente Andrea Battistoni. Un titolo che da solo basta già a mandare in tilt metà dei melomani da tastiera.


L’idea? Mescolare suggestioni pucciniane con echi di Nino Rota, Carl Orff, Bernstein e persino John Williams. Il tutto immerso in un immaginario visivo ispirato al cinema fantasy-horror anni Ottanta. In pratica: un esperimento che potrebbe diventare un cult assoluto oppure il peggior incubo dei tradizionalisti. Forse entrambe le cose insieme.


Ed è esattamente questo il punto interessante.


Perché il teatro di Liegi sembra aver capito una cosa semplice ma spesso ignorata nel mondo lirico: se vuoi che i giovani entrino in sala, probabilmente non basta più dire “abbiamo rifatto Traviata con i costumi beige”.


E poi arriva Turandot. Ma senza lieto fine

Se Zombie Opera è la provocazione pop, la vera bomba emotiva della stagione potrebbe però essere la nuova Turandot.


Qui la scelta è ancora più radicale: un finale tragico completamente ripensato da Andrea Battistoni.

Nessuna redenzione.

Nessuna improvvisa guarigione sentimentale.

Nessun bacio salvifico che sistema tutto negli ultimi cinque minuti.


Dopo la morte di Liù, fine dei giochi.


Una scelta destinata inevitabilmente a dividere il pubblico. Ma anche a riaprire una discussione che nel mondo dell’opera torna ciclicamente: ha senso continuare a trattare certi finali come reliquie intoccabili oppure il repertorio può essere reinterpretato davvero, fino alle sue fondamenta?


Macbeth, Wagner e Donizetti: il repertorio pesante resta, eccome

Attenzione però: non è una stagione costruita soltanto per scioccare.

L’Opéra Royal de Wallonie-Liège continua infatti a puntare fortissimo anche sul grande repertorio.

E qui il cartellone si fa muscolarissimo.

Si parte con Macbeth di Verdi, opera dove il potere divora letteralmente chi lo desidera troppo.

Un titolo perfetto per aprire una stagione che ruota attorno all’ossessione, all’ambizione e alla manipolazione.


Poi arriva Lohengrin di Wagner, ulteriore conferma dell’apertura sempre più marcata verso il repertorio tedesco. Una scelta che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata quasi impensabile in certi circuiti francofoni.


E nel mezzo trova spazio anche Roberto Devereux di Donizetti, con il suo devastante intreccio di amore, politica e vendetta.

Tradotto: nessuno esce vivo emotivamente da questa storia.


Thaïs diventa una diva di Broadway nella New York del 1929

Ma la vera chicca da cinefili potrebbe essere la nuova ambientazione di Thaïs.

La produzione trasforma infatti la protagonista in una star di Broadway nella New York del 1929. Un’idea che potrebbe sembrare folle sulla carta ma che, a pensarci bene, ha una sua logica perfida e affascinante: cambiano le epoche, cambiano le luci, cambiano i costumi… ma desiderio, ossessione e ricerca del potere restano identici.


E forse è proprio questa la linea segreta che tiene insieme tutta la stagione.


La sensazione? Qui non vogliono più fare “l’opera per pochi”

Tra nuove produzioni, prime assolute, spettacoli per bambini, balletto contemporaneo, concerti e persino il concorso internazionale per direttori d’orchestra, la sensazione è abbastanza chiara: Liegi vuole uscire dall’immagine del teatro lirico chiuso dentro sé stesso.


Vuole allargare il pubblico.

Vuole creare dibattito.

Vuole diventare un posto dove l’opera non sia soltanto conservazione, ma anche rischio.


E in un panorama europeo dove molte istituzioni culturali sembrano paralizzate tra paura di osare e rincorsa disperata ai numeri, è difficile non notare il coraggio dell’operazione.

Poi certo: qualcuno storcerà il naso.

Qualcuno parlerà di sacrilegio.

Qualcun altro scriverà che “una volta era tutta un’altra musica”.

Perfetto.

Perché se una stagione intitolata “Poteri, Desideri” non riesce nemmeno a scatenare desideri e lotte di potere tra gli spettatori, allora forse avrebbe sbagliato mestiere.

 

 
 
 

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